LE ORIGINI DEL MITO
Ma facciamo un passo indietro. Chi c'era in quel fottutissimo pomeriggio di aprile al Montibeller, lì sotto al palco? Un giovanottone, con due idee fisse: mettere su una band e imparare a suonare il sassofono. Di solito l'ordine in cui di fanno queste due cose é l'inverso, ma non per quel gigante. La sua voglia di musica era tale che, pur non avendo mai messo bocca su un'ancia, era riuscito a radunare un gruppo.
Eccoli lì, quelli sul palco erano la sua creazione: Lucio alla chitarra 3R - Giuseppe detto "Giusi" alla tastiera Hoener - Vito, quel matto che a scuola imitava Satchmo, alla voce con un microfono Krundal - Emilio detto "Cecco" al basso Eko e voce - Antonio "Malàcchia" alla batteria Meazzi - Impianto voce: Davoli con mixer a sei canali.
Tutti sedicenni autodidatti, con nessuna scuola nelle dita o nella voce, ma con una gran voglia di suonare che sopperiva a tutto.
L'altra idea fissa di Dino era il sassofono. Continuava a pensarci continuamente. Ci mise un po' a raggranellare i soldi. Qualche lavoretto, un po' di cresta sulla spesa, qualche regalo dai parenti. Il gruzzolo cresceva e il sax si avvicinava. E venne il giorno: finalmente poté stringere tra le mani un tenore Borgani!
Era l'estate del '68. Di pomeriggio il sole bruciava forte sulla pelle, la strade di Pomezia erano arroventate e deserte, non c'erano rumori, ma dalle finestre socchiuse di una palazzina beige di via del Mare uscivano le prime sofferte note.
E alla seconda uscita della band c'era anche lui, Dino detto "Odino".
Era dicembre e stava finendo un 1968 che si portava via il maggio francese, la contestazione giovanile, il "ce n'est qu'un début..." scandito nei cortei. Già, anche quello dei Radar al Montibeller non era stato che l'inizio. Forse avevano bruciato un po' le tappe, ma già alla seconda uscita molte cose erano cambiate. Dopo un anno di prove, di altre esibizioni e di cambiamenti era entrato Walter detto "Il ......." [Censura!], bassista che andò a sostituire Emilio che passò quindi alla chitarra solista, facendo fare così da seconda chitarra a Lucio. E poi l'avvento del sax tenore di Dino dava al gruppo tutto un altro sound.
Il concerto ebbe luogo alla trattoria "da Scalella". Dalle nove di sera alle quattro del mattino, per misere trentamila lire d'ingaggio, i sette scatenati si buttarono nella mischia a testa bassa. A nulla valsero gli ostacoli che allora si sovrapponevano tra loro e la musica: non valse la inesperienza del vocalist, non servì a nulla l'impaccio delle dita di Dino su tasti del sax e nemmeno valse l'asfittico Farfisa Fast 2, amplificato con un microfono, su cui armeggiava Giusi. Niente da fare, nonostante tutto la musica trionfò.
Fu la forza che i sette si portavano dentro?
Fu la caparbietà di Dino che volle il gruppo a tutti i costi?
Furono le trentamila lire?
O non fu forse l'influsso di Otis che si manifestava ogni volta che i sette si riunivano?
Passò così anche il 1969 e venne il tempo in cui non si chiamarono più Radar.
Dino e gli altri volevano infatti da tempo scrollarsi di dosso quel nome che gli era piovuto addosso dal giornalino del Movimento Giovanile della Parrocchia. Già, c'è sempre una chiesa dietro alla soul music. Quelle del sud del Tennesee con il reverendo di turno a dirigere gli spiritual per Otis e compagni, a Pomezia con le messe beat che scandalizzavano i benpensanti. Ma ci voleva qualcosa di più personale, più grintoso... Ma la ricerca non era facile.
Un giorno all'ennesima richiesta di un certo Claudio Vitali, che ogni tanto chiedeva: "Ma allora 'sto complesso, come lo chiamate? Avete deciso qualcosa?", Dino sospirò: "Per ora, niente di preciso. E l'altro: "Bel nome, gaiardo!"
E fu la luce.
Era nato "Niente di Preciso", un nome che durerà per quarant'anni, con un solo piccolo cambiamento. Per la precisione solo una "y" al posto della "i" nella parola "preciso", per rendere meno preciso, quel poco di preciso che era nel nome.
Così, là nella Nuova Florida, là dove si incrociano le strade che da Pomezia portano ad Ardea, là dove sorgeva la mitica trattoria "da Petrichella", ebbe inizio il mito di Niente di Preciso che esordì in pubblico con un altro memorabile concerto di capodanno in cui iniziò un cammino che ancora oggi, dopo quarant'anni, non si è ancora fermato.
Ma non cercate la mitica trattoria. Chi volesse fare oggi un pellegrinaggio verso quel luogo storico, per sedersi e respirare ancora l'aria di quei tempi eroici, rimarrebbe deluso. Oggi "da Petrichella" non esiste più. Al suo posto, per una di quelle ingiustizie che questo fottuto mondo spesso ci rifila, c'è una squallida anonima palazzina che funge da cronicario e che ha cancellato la magica atmosfera di allora.
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