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DICEMBRE 1967. MEMPHIS (TENNESSEE) USA Era una brumosa mattina dell'ultimo mese dell'anno, gli orchestrali rinfoderavano mestamente gli strumenti. L'euforia della cerimonia era scemata. Quella specie di stordimento che aveva coinvolto le migliaia di presenti, per un po' sopraffatti dalla potenza della musica, aveva lasciato il posto ad una sconsolata tristezza. Le poderose bordate della sezione di fiati non colpivano più i timpani. Le note pesanti del basso non percuotevano più il ventre della gente. Le rullate della batteria non strapazzavano più la testa delle persone. Solo lo scalpiccìo di quelli che lentamente, di malavoglia, si allontanavano. Era come se tutta quella musica fosse servita solo per coprire e rimuovere il grande senso di freddo e di solitudine. Già, perché tutta quella folla si sentiva orfana e sola. Lì, a qualche metro sottoterra, stava immobile il corpo di colui che aveva dato gioia, passione e voglia di vivere. Un corpo nascosto agli occhi di tutti da qualche manciata di terra. Ma una cosa più di tutte era terrificante: il silenzio. Un silenzio che nessun rumore, nessuna voce e nessuno strumento poteva riempire. Silenzio. La sua voce, la voce di Otis Redding, ormai taceva per sempre.
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